Su Internet era tutto facile

Su Internet era tutto facile

Su Internet era tutto facile. Almeno così sembrava. Fare editoria e giornalismo sul web era facile: si annullavano i costi di stampa, bastava un click. Fare e-commerce, vendere prodotti on line? Facilissimo. Guadagnare con un blog, scrivendo post e ospitando banner pubblicitari? Semplice.

Sono sincera, non so dirti come è andata agli inizi. Forse per qualcuno, all’inizio, su Internet era tutto facile. Nel corso della mia esperienza professionale, però, ho constatato molti fallimenti di progetti, anche grandi, portati avanti da aziende e realtà strutturate, trascinate dalle illusioni del primo Internet e deviati da strategie frettolose.

La sensazione che sul web ciascuna attività di business sia, a priori, più economica e più redditizia rispetto al mercato “offline” viene da lontano. Oggi è spesso sperimentata dalla piccola imprenditoria, dai liberi professionisti, che si chiedono perché il business non funziona, da start up e giovani aziende che investono poco nella strategia.  Viene quasi il dubbio che sia frutto di un misunderstanding culturale: Internet e tutti i servizi a distanza hanno qualcosa di immateriale, le sue dinamiche, a tutt’oggi, disorientano molti utenti.

Uno degli equivoci più diffusi sul web e web 2.0 ha un termine che non mi piace: disintermediazione.
Disintermediazione, secondo il dizionario on line Garzanti:

processo che privilegia il contatto diretto tra il cliente e il produttore, senza mediazione.

Disintermediazione, per molti, è parola che sta bene vicino a democrazia, informazioni autoprodotte, decisioni prese dal basso. Internet e social media hanno dato la parola a tutti e questo è, nella maggiore parte dei casi, una grande opportunità contro le censure.

La riduzione dei costi d’ingresso necessari per avviare un progetto editoriale o un portale di commercio elettronico, persino la possibilità di fare crowdfunding su un’idea d’impresa hanno dato nuove, più ampie possibilità alle persone di aprire un’attività in proprio.

Parlare di disintermediazione, però, mette in luce solo un aspetto del problema. Ho apprezzato molto l’intervento di Angelo Rindone, di Produzioni dal Basso, nel corso dell’incontro SMMDAYIT in merito al crowdfunding del 19 luglio scorso. Rindone ha parlato di disintermediazione in modo nuovo rispetto all’opinione più diffusa.
Te lo spiego in modo un po’ brusco, reinterpretandolo a modo mio:

La disintermediazione non esiste.

Quello che si sta verificando sui nuovi media è, piuttosto, una reintermediazione. Vecchi mediatori tendono a perdere d’importanza, si fanno strada altre figure d’intermediari, con un nuovo rapporto dialettico con gli utenti.

Capire la differenza tra disintermediazione e reintermediazione è molto utile. Ci aiuta a comprendere perché pensavamo “su Internet era tutto facile” e perché, invece, anche per stare sul web è necessario avere strategia, formazione, progettualità.

Quando scrivi un post su Facebook e immagini che lo potranno leggere tutti sei felice di vivere nell’era della disintermediazione. Quale sensazione di celebrità, come disse anzitempo Andy Warhol.
Informandoti meglio scoprirai, però, che il tuo post non sarà letto da tutti. Un complesso algoritmo di Facebook deciderà per te quali fra i tuoi amici potrebbero leggere con più interesse quello che scrivi.

Quando apri un blog e scrivi un post pensi a qualcosa di più. Il mio testo e la mia foto sono sul web, lo possono leggere proprio tutti. Ne sei sicuro? Quanti blog ci sono sulla rete simili al tuo? Quante persone sono disposte a leggere del tuo argomento? Quante persone davvero atterrano sul tuo blog e come ci arrivano?

Queste domande non sono poste per scoraggiarti. Vorrei solo evidenziare un elemento: quando ti sembra che una mediazione non ci sia, guarda con più attenzione. L’informazione è sempre mediata: c’è sempre “qualcosa” fra te e il tuo interlocutore e questo “qualcosa” va conosciuto.

Ora guardati intorno. Su Internet non è tutto facile; soprattutto, su Internet le mediazioni non si vedono, ma ci sono.

Approfondisci il tema quando definisci la tua strategia: studia il tuo contesto.