telefono senza fili e comunicazione

Umberto Eco e telefono senza fili

Chi legge e scrive di comunicazione in questi giorni si è trovato di fronte a un episodio da “telefono senza fili”. Come nel gioco, infatti, la parola sussurrata di bocca in bocca cambia fino a diventare irriconoscibile. Quello che ha detto Umberto Eco all’università di Torino, pochi giorni fa, in merito ai social media e agli “imbecilli”, ha dato adito a uno sciame di commenti.
Il 12 giugno Ansa riportava così la dichiarazione di Eco:

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli”: questo l’anatema di Umberto Eco sul popolo del web.

“Questo l’anatema di Umberto Eco sul popolo del web” è la prima parola del telefono senza fili. Nel gioco nessuno è in mala fede:  a me piace pensarla così. Soltanto, riferisce ciò che può, ascoltando quanto gli viene detto all’orecchio. Il suo interlocutore fa lo stesso e la catena delle interpretazioni si allunga.

Il giornalista che ha sintetizzato l’intervento con il termine “anatema” aveva un po’ torto e un po’ ragione. Torto, perché ha espresso il primo giudizio sull’intervento di Eco che, se si approfondisce, non è affatto un detrattore del web e di tutto ciò che ne deriva.
Torto, perché un’affermazione isolata dal suo contesto diventa una pietra da lanciare: un anatema, appunto, mentre il pensiero di Eco espresso in tutto il discorso (si veda anche il video) è molto più articolato.

Il giornalista, tuttavia, aveva anche un po’ di ragione, perché il tono e gli aggettivi usati da Eco erano poco morbidi e il video tradisce un atteggiamento velatamente aristocratico del professore. Eco, del resto, ha detto qualcosa che pochi si sono sentiti di contraddire.

Web e social media hanno moltiplicato la possibilità di notizie poco verificate o addirittura false.

Un’analisi interessante del pensiero di Umberto Eco in merito si trova sul blog di Francesco Ambrosino, che si è preso la briga di consultare e confrontare fonti diverse:
http://www.socialmediacoso.it/2015/06/15/umberto-eco-e-internet-qualche-precisazione/

Le osservazioni di Eco, ahimè, sono macigni perché il dibattito sull’informazione e sulla sua autorevolezza è tuttora aperto. Eco si è limitato a osservare che quante più persone accedono a un canale di comunicazione, nel senso che, oggi, producono esse stesse informazione,  tanto più è necessario adottare un sistema di “filtri”, che passi al setaccio i contenuti e li verifichi.
Lungi dal demonizzare il web, il suo discorso puntava ad evidenziarne gli effetti.

Forse, aggiungo io, per comprendere davvero il fenomeno sarebbe necessario approfondire attingendo a background teorici differenti, perché il problema riguarda le tecnologie, ma ha anche conseguenze antropologiche, sociali, culturali. Eco denuncia una debolezza nella capacità di senso critico delle persone, ma andare alle origini di questa lacuna non è immediato.

Twittiamo lo stesso, dunque, ma ricordiamoci le regole del “gioco”.